Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

Cadavrexquis on Flickr


  • www.flickr.com
    Cadavrexquis' photos More of Cadavrexquis' photos

Supporting

25/07/2008

La Lega s'offende

Ryan air La Lega Nord s'indigna quando è punta nel vivo. Non c'è niente di più spassoso dell'indignazione di gente abituata agli stili peggiori e più grevi di comunicazione. Ovvio che si rida il doppio quando poi il boomerang gli torna indietro. Ma come? Date addosso ai "culattoni", parlate di prendere a "calci nel culo" gli immigrati, mostrate il medio in ogni occasione per mandare affanculo il paese, parlate di Roma ladrona, vi vantate di avere il cazzo duro e poi quando qualcuno vi mette davanti uno specchio che, al di là dell'operazione di marketing, dice una cosa vera ve la prendete e chiedete le scuse, come se foste delle verginelle cresciute in un collegio svizzero e non - come invece siete - vecchie puttane della politica, rotte a tutti i compromessi esattamente come gli altri? Ryanair avrebbe offeso la Lega! Lesa maestà, lesa maestà! C'è da sganasciarsi a leggere le parole di Castelli: "Ora mi auguro che arrivino immediatamente le scuse dei dirigenti. In ogni caso certamente io non mi avvarrò dei servizi di Ryanair". Ormai la comunicazione politica italiana sembra si sia ridotta a un continuo esigere scuse a destra e a manca e in questo caso la richiesta è buona per sollevare un po' di fumo e far dimenticare le porcate che questo governo sta combinando per il "salvataggio" di Alitalia. Ma, soprattutto, quando mai Castelli avrebbe preso un aereo di Ryanair, magari pagando di tasca propria il pur ridotto prezzo del biglietto?

Come Dracula all'Avis: le gesta del ministro Sacconi

Sto sviluppando un'insofferenza, che sconfina nella vera e propria detestazione, verso un ministro in particolare del governo Berlusconi. Mi riferisco a Maurizio Sacconi, uno dei tanti ex-socialisti che, convertitisi al verbo del piazzista di tappeti, hanno ingrossato le fogne - pardon, volevo dire le file - di Forza Italia e ora infestano il Parlamento. Sacconi è ministro per il welfare, il lavoro e la salute e, in questo suo ruolo, ci sta dando dentro per smantellare tutt'e tre. Se l'opposizione non farà davvero quello che dovrebbe fare - cioè opposizione, dura e intransigente - e continuerà a cercare quell'astratto "dialogo" che ormai è diventato una specie di pietra filosofale o di sacro graal, probabilmente ce la farà. Certo è che il nostro benemerito ce la sta mettendo tutta per rendersi simpatico.

In questi mesi è riuscito a distruggere il poco di positivo che il governo Prodi aveva fatto nella precedente legislatura. Come prima cosa ha disposto "l'abrogazione dell'obbligo delle dimissioni volontarie su modulo del ministero del lavoro". Con la legge n. 188 del 17 ottobre 2007, se un lavoratore voleva dare le dimissioni doveva farlo usando un modulo numerato - e quindi progressivo - del ministero del lavoro, per scoraggiare la diffusa pratica ricattatoria di alcuni datori di lavoro che usano far firmare dimissioni in bianco ai neo-assunti (e, in modo particolare, alle neo-assunte) da retrodatare poi quando il (o la) dipendente sono diventati troppo scomodi ma non possono essere licenziati tout court. In secondo luogo ha ripristinato il "lavoro intermittente", cioè il "lavoro a chiamata": il datore di lavoro chiama il dipendente solo quando ne ha bisogno. Quando non ne ha bisogno, il lavoratore è "a disposizione" e riceve una piccola indennità, che ovviamente "è esclusa dal computo di ogni istituto di legge o di contratto collettivo". Se però si ammala, nel periodo della malattia non riceve l'indennità e - come se non bastasse - deve informare il datore di lavoro. Se non lo fa, perde l'indennità per ulteriori quindici giorni. Questo è quello che prevede il decreto attuativo del precedente governo Berlusconi e che ora è tornato in vigore.

Poi, siccome non è il caso di comunicare all'agnello che stanno per macellarlo - potrebbe ribellarsi, in effetti - e per ogni evenienza è sempre meglio mascherare le proprie intenzioni rovesciando il senso originario delle parole, ecco che a queste belle misure viene apposto il titolo di "Liberare il lavoro". Più che un eufemismo, una sonora presa per il culo. O, forse, una verità: dopotutto il buon Sacconi vuole "liberare il lavoro" in quanto astrazione, in quanto puro concetto. I lavoratori, invece, è meglio tenerli incatenati. Per soprammercato, se qualcuno s'incazza - magari durante un discorso dello stesso Maurizio Sacconi a un congresso della Cisl - e lo fischia, lui non trova di meglio che mandarlo "affanculo". Come il suo capo di partito, neanche lui ama le contestazioni - figurarsi i fischi, poi - e vorrebbe ricevere solo applausi e vedere solo i volti radiosi di quei lavoratori il cui lavoro è stato "liberato" nel modo suddetto.

Basterebbe questo per tracciare un profilo dell'ex-socialista Sacconi, ma lui, non pago di quanto già fatto, non vuole lasciare più margini di dubbio sulle sue intenzioni. E' di oggi la notizia che il governo ha revocato il decreto dell'esecutivo Prodi che "estendeva i livelli essenziali di assistenza (i Lea) a nuovi servizi e categorie: dal dentista per gli indigenti alla fornitura di apparecchi per la mobilità, al parto indolore". Sentite le critiche, lo spiritoso Sacconi ha commentato: "Il decreto del governo Prodi era un atto puramente elettorale. (...) La protesta fa parte di una logica vetero-sindacale".

Come si suol dire: tra tutti i ministri di questo governo, il più pulito ha la rogna.

Gli eterni adolescenti dalla "borsa a tracolla"

Umhaengetasche-d Senza volermi addentrare in uno sterile esercizio di (auto)psicoanalisi da bar, dev'essere senz'altro vero che in me c'è un nodo irrisolto riguardo all'essere adulto, cioè alla percezione di me stesso come adulto. L'età anagrafica ormai c'è - e c'è da tempo -, ma è come se uno specchio interiorizzato mi rimandasse un'immagine di me ancora adolescente, non certo per le fattezze esteriori, ma per il senso di incompletezza (e, si spera, di perfettibilità, ma a volte comincio a dubitarne). E' come se vivessi in me una spaccatura: da un lato mi guardo con l'occhio dei genitori che vedono il figlioletto sempre piccolo, sempre da accudire, magari anche quando questo è alle soglie della pensione; dall'altro continuo - ancora oggi che avrei raggiunto l'età della maturità - a rifiutare i commenti di chi un tempo, quando ero davvero adolescente, mi diceva che ero più maturo della mia età (o, con altra formulazione, molto maturo per la mia età), cosa che io sapevo non vera e che un po' mi esulcerava perché pensavo: "Ma che cosa ne sanno loro?". Come se non bastasse, sembra che la società non aiuti a crescere, ma anzi ami mantenere gli individui in uno stato di perenne adolescenza: un uomo non è mai un uomo, ma resta un "ragazzo" a tempo indeterminato, una condizione su cui si calca la mano soprattutto quando bisogna promuovere i consumi. In questo caso occorrono essere perennemente - e abbastanza acriticamente - desideranti, cioè bambini e in ogni caso non-adulti, indipendentemente dai desideri: ci penserà il "mercato" a smistare, come un vigile urbano, ogni fanciullo verso l'impossibile realizzazione del suo specifico desiderio.

Doverosa premessa per dire che, avvertendo la pressione interna di questo nodo irrisolto e gravitando in una società che non ne facilita lo scioglimento, ultimamente la mia attenzione è stata attratta da alcuni libri che trattavano proprio questa faccenda. Alcuni in modo più serio e accademico - come Immaturità. La malattia del nostro tempo del polonista Francesco M. Cataluccio -, altri in modo più faceto - come Big babies (Perché non riusciamo a crescere?) dell'inglese Michael Bywater. A Berlino me ne è capitato un altro tra le mani, di Martin Reichert, un autore a me del tutto sconosciuto. Solo facendo qualche ricerca ho scoperto che è gay, abita a Berlino da parecchi anni e, tra l'altro, lavora come giornalista alla taz. E ha trentacinque anni - dettaglio, questo, che ha una certa rilevanza, perché Reichert non si occupa tanto del rimbambimento di tutta una società, quanto della prolungata adolescenza di cui sono vittima molti nella fascia d'età intorno ai trentacinque anni. Mi sono sentito chiamato in causa, insomma.

Il libro di Martin Reichert s'intitola Wenn ich mal gross bin - "Quando sarò grande" - e nel sottotitolo specifica di essere Das Lebensabschnittsbuch für die Generation Umhängetasche, ovvero un manuale "esistenziale" per la "generazione della borsa a tracolla". Con questo termine - Generation Umhängetasche - Reichert battezza infatti tutti i trentenni-e-qualcosa che, pur essendo tecnicamente (cioè fisicamente) adulti, si rifiutano di crescere e si crogiolano invece in una tarda adolescenza che rischia o minaccia di non finire più. Se qualcuno credeva che questo fosse un fenomeno solo italiano si sbagliava. E' un fenomeno anche tedesco e, anzi, in senso più lato è un fenomeno occidentale, con la differenza che in ogni paese si manifesta con sintomi diversi. I sintomi tedeschi non si sovrappongono del tutto a quelli italiani, ma esistono comunque delle corrispondenze. Nel suo libro, quindi, Reichert passa in rassegna le manifestazioni di questo persistere nell'adolescenza di molti ultratrentenni del suo paese. Sono quelli che se ne vanno dalla provincia e magari si trasferiscono a Berlino - probabilmente a Prenzlauer Berg - perché vogliono realizzarsi in quanto "artisti" o "creativi", ma poi non sono in grado di mantenersi autonomamente o pagare l'affitto e quindi continuano a spillare soldi a mamma e papà. Sono quelli che vorrebbero essere "alternativi" - stylish e trendy - e che coltivano uno stile di vita bohémien, ma allo stesso tempo non sanno rinunciare agli agi di una vita borghese. Sono quelli che cercano di stare al passo con le mode anche quando le condizioni oggettive in cui vivono non glielo permetterebbero, tanto che sono costretti a montare un'impalcatura fatta di apparenze. Sono quelli che fingono di non accorgersi del trascorrere del tempo e, alla loro età, continuano a vestirsi come ragazzini sfidando il senso del ridicolo. Sono quelli che ignorano i primi acciacchi e i primi segnali di decadimento mandati dal corpo: il mal di schiena la mattina al risveglio, le borse sotto gli occhi sempre più marcate dopo le notti in discoteca.

Non vorrei però dare l'impressione che Wenn ich mal gross bin sia solo una lunga lagna sui trentenni che non vogliono crescere, perché non gli renderei giustizia. Per scrivere un libro del genere occorre avere un'idea brillante che ne regga la struttura e Martin Reichert l'ha avuta. Se la "borsa a tracolla" simbolicamente cattura e compendia il carattere di questi adolescenti a lunga conservazione, allora perché non svuotare una borsa a tracolla media ed estrarne gli oggetti uno a uno? Ogni capitolo è dedicato quindi a un singolo oggetto: si parte dal mazzo di chiavi e si arriva alla cartolina panoramica di Prenzlauer Berg, passando per cose come l'iPod, la crema per il viso, lo spazzolino da denti, la lattina di Red Bull, il telefonino, un biglietto Easy Jet per Londra e via discorrendo. Ogni singolo oggetto è, in realtà, un pretesto e serve da punto di irradiamento per discettare in maniera più approfondita sui diversi modi in cui si manifesta la sindrome dell'eterno adolescente. Oltre alla sua struttura azzeccata, del libro colpiscono anche il tono e il linguaggio. Non soltanto Reichert dimostra grande padronanza e duttilità nell'uso dell'ironia - qualità che secondo qualche malfidato o prevenuto non farebbe parte dei ferri del mestiere del popolo tedesco -, ma la sua scrittura risulta anche molto energizzante. E' come se qualcuno arrivasse lì, ti vedesse imbambolato e ti mettesse le mani sulle spalle per darti una bella scrollata. Alla fin fine, però, dietro una facciata brillante c'è della sostanza. E la sostanza è seria. Se qualcuno mi chiedesse un'opinione, io questo libro lo farei tradurre (o, se del caso, lo tradurrei).

"Quei principi bruciati": un'intervista a Stefano Rodotà

"In un breve lasso di tempo si è consumato in Italia un cambiamento istituzionale e costituzionale di enorme portata. Anche se sia da parte di chi l'ha promosso, sia da parte di chi non è in grado di contrastarlo efficacemente, si tenta di ridurne la rilevanza. Prima continuavano a dire che non bisognava demonizzare Berlusconi, adesso si preoccupano di non rompere le condizioni del dialogo [...]

Era già successo negli Stati uniti, che parte della cultura democratica usasse l'argomento della generalizzazione dei controlli come garanzia di uguale trattamento: non pensavo che l'onda sarebbe arrivata anche da noi. Sarebbe questa l'uguaglianza, essere tutti controllati e sorvegliati? Qui c'è solo un segno spaventoso di subalternità culturale [...]

Dobbiamo rilanciare la dimensione sociale dell'esistenza umana, contro l'individualismo imperante che non dà né uguaglianza né libertà."

Da un'intervista estremamente interessante di Ida Dominijanni a Stefano Rodotà, sul manifesto di ieri. Qui per chi volesse leggerla integralmente.

24/07/2008

BILANCIO DELLO SPERPERATORE

Tutte le mie ricchezze
le ho gettate al vento
in una sola notte
o forse due.

I talenti che avevo: sperperati.
Scomparse le onde del mio mare,
asciutti i fiumi. Le stelle
ho voluto spegnerle una dopo l'altra:
era un gioco. E ho regalato il buio
a un commerciante di luce.

Non ho tenuto fede
a nessuna promessa,
ho perso ogni cosa
con piena volontà.

Fabio Pusterla, da Pietra sangue (1999)

(A scanso di equivoci, non son io quello sperperatore, perché se c'è qualcosa che mi difetta è proprio la "piena volontà" e il metodo che questa impone, anche quando si voglia sperperare).

22/07/2008

Berlino: Ossessioni alimentari

Quando torno in Germania - ovvero, a Berlino e dintorni - ho un "set" di dipendenze alimentari che devo soddisfare. Con il passare del tempo sono cambiati i singoli componenti di questo set: qualcosa è uscito e qualcos'altro è entrato. In occasione di questo ultimo soggiorno berlinese ho pagato il mio tributo volontario a tre specialità:

1) La prima ossessione, abbastanza recente perché l'ho scoperto solo due anni fa, è il Malztrunk (detto anche Malzbier), di cui nemmeno lui - che sta stilando un meritorio elenco di prodotti alimentari diffusi in Germania ma ignoti in Italia - conosceva l'esistenza. Si tratta, in pratica e per farla breve, di una birra scura analcolica e dolciastra. Analcolica perché il lievito viene aggiunto alla temperatura di 0° C e non fa in tempo a fermentare; dolciastra perché addizionata di glucosio. Così ha un vago retrogusto di birra, ma allo stesso tempo è dolce e frizzante come una Coca Cola. Una delizia. Ne ho bevuto quantitativi ingenti, in attesa di indagare se sia reperibile anche in Italia (ma in questo caso, come suggerisce lui, non sparirebbe anche l'incanto?)

Malztrunk   

2) La seconda ossessione è il bretzel. Su questo non c'è niente da dire, lo conoscono tutti. Stavolta mi sono limitato: ne ho mangiati solo due. Solitamente esagero, soprattutto se sono in giro da solo. Non soltanto bretzel - talvolta nella variante con sopra il formaggio fuso e incrostato -, ma anche quei piccoli panini dal colore marrone dorato e bianchissimi dentro fatti con lo stesso impasto. Meglio se sono caldi di forno e ancora morbidi all'interno. E quando i granelli di sale scivolano sulla lingua e scricchiolano tra i denti, per me è una vera libidine. So bene che non è un prodotto esclusivamente tedesco e, non a caso, l'anno scorso ne ho mangiato uno gigante a New York. Per una volta ho apprezzato la megalomania degli americani.

Brezel  

3) La terza ossessione è una delle più antiche, ma durante il soggiorno berlinese mi sono abbandonato solo una volta a questo piacere. E' il "Mohnkuchen", il dolce tedesco che racchiude tra due strati un impasto di ricotta e semi di papavero. Penso che potrei sbafarmene un tronco intero senza battere ciglio. In questo caso sono davvero in prossimità della dipendenza e chissà che non siano proprio tutti quei semi di papavero a indurla. Mi piace comunque e a prescindere: non soltanto quello delle panetterie o delle pasticcerie, ma anche quello industriale che si trova nei supermercati.

0700    

21/07/2008

E va bene che c'è crisi, ma...

Undici e qualchecosa del mattino. Suonano alla porta. Guardo attraverso lo spioncino e mi sembra di intravedere qualcuno di "ufficiale": un messo comunale o un tipo dell'azienda del gas o dell'elettricità. Metto da parte i miei sospetti e apro. Mi si para davanti un tizio con un cartellino appeso alla t-shirt che comincia a parlare, parlare, parlare, in tono abbastanza monocorde. Esordisce dicendo: "Sono qui per controllare la sicurezza dell'impianto del gas". Prego, si figuri, entri pure. Io, intanto, continuo a guardargli il cartellino che gli ballonzola sulla t-shirt. Lo porto in cucina, dove c'è il boiler. Lui osserva e dice: "Ah, ecco qui, e il contatore dov'è?". Glielo mostro, dietro la porta d'ingresso. "E' uno di quelli piccoli, bene, bene... E' stato rifatto da poco". Effettivamente tutto l'impianto è stato rifatto nel 2002, quando ho comprato l'appartamento. Lui prosegue imperterrito: "In conformità alle nuove normative di sicurezza europee e italiane... bla bla bla... un dispositivo di sicurezza per le fughe di gas... bla bla bla... si potrebbe mettere qui sopra, lo spazio c'è... bla bla bla... I suoi vicini l'hanno già installato, ero passato settimana scorsa ma lei non c'era... bla bla bla..." Alla sua cascata di parole io replico sempre: "Mh". E mentre emetto quell'unico grugnito il mio sguardo fissa, ipnotizzato, il cartellino che gli penzola dalla t-shirt. A un certo punto dice: "Il costo è di centonovantanove euro più Iva". Penso "me cojoni!" e, riscuotendomi dal torpore che il flusso ininterrotto delle sue parole mi ha causato, obietto: "No, mi scusi, sia chiaro: la normativa mi impone di installare o semplicemente la normativa permette a lei di vendere questo dispositivo?" Lui elude la domanda e riprende la cantilena: "Secondo l'attuale normativa europea e italiana bla bla bla... c'era anche l'avviso esposto che saremmo passati... bla bla bla... tutti i suoi vicini... bla bla bla". Lo blocco: "Non ho visto nessun avviso. Guardi, secondo la normativa, io ho dovuto far fare quel buco nel muro. I miei obblighi finiscono lì e lei sta semplicemente cercando di vendermi qualcosa. Se così non è, mi informerò dall'amministratore". Punto il dito sul suo cartellino: "Quella lì non è né la società del gas né un'agenzia ufficiale di controllo, ma una srl che produce e vende allarmi antigas, punto e basta". Lo invito ad andarsene e - ma è sottinteso - a non farsi più vivo. Ero abbastanza furibondo, anche se non l'ho dato troppo a vedere. Capisco bene che altri sprovveduti possano cascarci - e poi uno si domanda come è possibile che a intervalli regolari i giornali riportino notizie di anziani gabbati da questi trucchetti -, perché le tecniche ci sono tutte: innanzitutto il richiamo a una autorità (la "normativa", anche quando questa non impone proprio nulla), poi lo stordimento a forza di parole e, dulcis in fundo, lo stigma dell'anticonformismo ("l'hanno messo tutti, non vorrà mica solo lei fare il diverso?", un'informazione che, oltretutto, potrebbe essere anche falsa e usata come mezzo di pressione). Quando finalmente se ne va, cerco su Google il nome della società per conto della quale opera e ne trovo subito il sito: come volevasi dimostrare, è un'azienda del Bresciano che produce videocamere per la sorveglianza, antifurti e... allarmi per il gas.

Un'oretta dopo mi squilla il cellulare: è un numero di Roma che non ho mai visto prima. Normalmente sono restio a rispondere a numeri sconosciuti e lì per lì temo quasi che siano i Radicali che, da quando non ho più rinnovato la tessera, continuano a chiamarmi sul telefono fisso e con i quali ho ingaggiato una prova di forza rifiutandomi ostinatamente di alzare il ricevitore quando vedo il loro numero. Forse, penso, stavolta si sono fatti furbi e chiamano da un altro numero. D'altro canto ho anche prenotato un albergo a Roma per una notte, settimana prossima, e non vorrei che fossero loro che mi chiamano per avvertirmi di qualche problema. Così, a malincuore, rispondo. E' una voce di donna che mi comunica che sta chiamando per conto della banca con la quale ho il mutuo. O, per meglio dire, della banca inglese che s'è fagocitata la banca, altrettanto inglese, con cui ho il mutuo - banca che, suppongo, prima o poi verrà inglobata da un'altra banca ancora più grossa. Penso subito a qualche inconveniente, e invece no: "Come lei sa la nostra banca ha aperto molte filiali a Milano e ora siamo in grado di offrirle un conto corrente con un tasso d'interesse garantito, per dodici mesi, del cinque per cento, a zero spese". Vorrei quasi chiederle dove vanno a prendere tutti quegli interessi, dato che la crescita economica è ben al di sotto di quel tasso lì. In realtà penso: "A chi li andate a rubare?". "Se vuole le fisso un appuntamento con il direttore di una delle nostre filiali..." Veramente sarei un po' impegnato, in questo periodo - in effetti passare le mattinate a grattarmi le palle e guardare il soffitto richiede un certo impegno -, e poi, così, su due piedi... Spero che desista. "Lei ha una mail?" Ecco, sì, brava. Gliela do, così manderà tutte le "specifiche" del caso, come dice lei, e io potrò continuare a fregarmene allegramente come ho fatto in altri casi simili.

Ora io capisco che c'è crisi e che questi non sanno più dove sbattere la testa per accalappiare nuovi clienti, ma se c'è una cosa che mi urta è proprio questo tipo di marketing rapace. Mi sento come la carogna di un animale sopra il quale volteggiano gli avvoltoi che se la contendono. Se io mai prendessi in considerazione l'acquisto di un allarme antigas o l'apertura di un nuovo conto corrente, non lo farei mai con chi, sponte sua, viene a seccarmi la gloria in casa mia. Anzi, mi rivolgerei alla loro concorrenza solo per fargli un dispetto e punirli, così in futuro ci penseranno due volte prima di commettere lo stesso errore con qualcun altro. Non a caso, infatti, il mio numero telefonico non è presente in elenco e forse dovrei anche mettere un sistema di riconoscimento delle impronte digitali sulla maniglia della porta, ché oggi va tanto di moda.

Misto berlinese

I

Decisiva è, a Berlino, la scelta della collocazione dell'alloggio. Negli ultimi anni mi ero affezionato a Prenzlauer Berg, ma già l'anno scorso mi sono spostato al confine tra Kreuzberg e Mitte. Quest'anno l'albergo era definitivamente a Kreuzberg, anche se non nella parte più animata del quartiere. Il posto dove si sta funziona anche da "punto di irradiamento" e, in una città tanto estesa come Berlino, si rischia di inflazionare un po' quello che sta attorno a questo punto e trascurare tutto il resto. Ecco perché, dopo un po', mi è sembrato il caso di cambiare prospettiva. L'albergo non era un vero e proprio albergo, ma un "ostello della gioventù". Negli ultimi anni, oltre a quelli ufficiali dell'organizzazione internazionale, sono sorti a Berlino una pletora di "Jugendhotel" che hanno non soltanto posti letto in camerate, ma anche stanze singole o doppie, con bagno incluso. Il rapporto qualità-prezzo è solitamente ottimo, quindi tanto vale scegliere uno di questi invece di un "normale" albergo. Quello che però non sapevo, quando ho prenotato all'Aletto - questo il nome dell'ostello - è che, più che da giovani backpackers, sarebbe stato occupato (o, per usare un termine più calzante, preso d'assalto) da una torma di studenti in gita scolastica - perché le vacanze estive, in Germania, durano solitamente un mesetto e le lezioni proseguono spesso fino a metà luglio -, con conseguenze prevedibili. Le scolaresche, infatti, si muovono quasi esclusivamente in massa, bloccando ingressi, porte, ascensori e, soprattutto, la sala per la colazione, malgrado questa fosse scaglionata per fasce orarie. E' capitato persino che una mattina dalla doccia non uscisse più acqua e che l'impianto idraulico soccombesse al superlavoro. Detto questo, io credo che gli insegnanti di tutto il mondo che accompagnano gli studenti in gita siano dei santi. Io dopo due giorni meditavo l'omicidio, dal quale avrei risparmiato poche vittime, a patto che mi offrissero uno strip-tease personale.

II

E' solo quando voglio mostrare una città come Berlino a chi non l'ha mai vista che mi rendo conto di quanto sia enorme e quanto risibile la pretesa di far vedere davvero qualcosa in cinque giorni. A meno che, per l'appunto, la visita non consista in un puro e semplice giro su uno di quegli autobus scoperchiati che ormai si vedono anche a Milano, con la voce della guida in sottofondo che spiega i monumenti, facendo voltare le teste di colpo come a un match di tennis. Insomma, per farla breve, abbiamo visto l'essenziale - sul quale stavolta sorvolo, ma avete capito benissimo: Alexanderplatz, Nikolaviertel, Unter den Linden, Gendarmenmarkt, Ku'damm e via sberlineggiando - e anch'io sono riuscito a vedere qualcosa di nuovo: il Deutsche Guggenheim, per esempio, che però è stato abbastanza deludente. Una sola grande sala e una saletta con delle proiezioni video che a me non hanno detto nulla, ma si sa che io non sono un esperto d'arte, tanto che a un certo punto sono sbottato nel più classico dei refrain piccolo-borghesi: "'Sto Guggenheim mi sembra una cagata e l'arte contemporanea una cialtronata pazzesca!". Molto meglio è andata invece con la Berlinische Galerie, nella Alte Jakobstrasse, aperta pochi anni fa. Ci siamo andati attratti soprattutto dalla mostra fotografica di Herbert Tobias, di cui avevo trovato il dépliant in un bar gay della Motzstrasse: quella che si dice serendipity - o, in italiano, "botta di culo" -, perché altrimenti a nessuno dei due sarebbe venuto in mente di andarci. Però non soltanto la mostra di Tobias vale una visita, ma anche le altre mostre in corso - la retrospettiva di Frieda Riess e Piracy di Ronald de Bloeme - sono piuttosto interessanti. Altre visite sono state più "di routine": per esempio quella al museo gay di Mehringdamm, dove ero così sfinito che mi sono dovuto far forza per non addormentarmi su una poltrona finto-Marcel Breuer, col rischio di essere scambiato per un Exponat museale. Vero è, però, che anche le visite più scontate mi hanno riservato qualche sorpresa: per la prima volta, per esempio, sono entrato nel Deutscher Dom di Gendarmenmarkt e mi sono guardato la mostra allestita dal Bundestag e dedicata alla storia del parlamentarismo in Germania, intitolata - come piace fare ai tedeschi, che amano giocare con certi vezzi della loro lingua - "Wege, Irrwege, Umwege" (Vie, strade sbagliate e vie traverse). E sono sceso sotto il Memoriale per lo sterminio degli ebrei, dove c'è una delle mostre più toccanti, più informative e - fatto importante - più chiare dedicate all'Olocausto.

III

Ma Berlino è bella anche perché è un teatro a cielo aperto: basta camminare, tenere gli occhi aperti e ci si imbatterà per forza in qualcosa di insolito, non fossero altro che le facce della gente che la abita. Gente che se ne va in giro fottendosene bellamente dell'impressione che fa e in cui in genere uno può essere sé stesso - o una rappresentazione di sé stesso, se lo ritiene opportuno - senza suscitare più di una scrollatina di spalle. Il trend di quest'anno - come ha osservato anche lui, nel suo elenco di "curiosità berlinesi" che testimoniano uno sguardo vergine sulla mia città preferita - è il ciuffo colorato di rosa, rosso o viola: un fenomeno intergenerazionale che riguarda adolescenti e vecchie signore in ugual modo e che attraversa un po' tutte le classi sociali. Tra le scene a cui abbiamo assistito ne ricordo due. Una in metropolitana: davanti a noi sono sedute due ragazze americane e una mostrava all'altra qualcosa sventolando il portafoglio aperto. In quel momento passa un tizio - alto, allampanato, con i denti sporgenti e l'aria svagatamente sciatta - che dice loro, in tedesco, di non agitare così il portafoglio perché qualche malintenzionato potrebbe rubarlo. Le due non capiscono - o saggiamente fingono di non capire -, abbozzano qualcosa, ma il tizio insistono e continua a metterle in guardia, mimando con gesti goffi un tentativo di furto e alzando la voce, come se questo bastasse a svelare alle due il significato dei suoi moniti. Il bello, però, arriva dopo: quando mi giro vedo che lui ha in mano un quadernetto e una penna, che porge alle due ragazze. Sembra che voglia convincerle a scrivere qualcosa sul quaderno - forse il loro numero di cellulare. Vedo che una delle due ragazze nicchia, mascherando con abilità un certo terrore, mentre l'altra cerca di ignorare il tutto. Io penso - guardando le mani e le unghie di lui, non proprio fresche di manicure - che anche lei sia sopraffatta dal ribrezzo. In quel momento lui capisce di non avercela fatta e borbotta qualcosa del tipo: "Vabbe', io ci ho provato". Mentre se ne va, mi cade l'occhio sulla bavetta all'angolo della bocca che mi ricorda il Forlani dei tempi di mani pulite e provo un misto di imbarazzo e di pietà per lui: vorrei sprofondare al suo posto. La seconda scena, invece, è più piacevole ed è un'evoluzione moderna della tecnica del lavavetri. All'angolo tra Mehringdamm e Tempelhofer Ufer il semaforo è verde per i pedoni e rosso per le macchine: un ragazzo e una ragazza si buttano in mezzo alla strada e, emettendo strane urla, esibiscono la loro arte da giocolieri lanciandosi una serie di birilli bianchi. Io, che sono ansioso di natura, temo nell'ordine: che gli scappino i birilli di mano mentre il semaforo per le macchine diventa verde, che colpiscano per errore il parabrezza di una vettura, che vengano spiaccicati sull'asfalto. Così rimango rapito a osservarli. Tutto invece va per il verso giusto e, un attimo prima che il semaforo cambi colore, loro passano di macchina in macchina a chiedere un contributo per lo spettacolo.

IV

Questa volta - mi si passi il bon mot - niente culi-in-aria, ma molta culinaria. Chi ha detto, infatti, che in Germania non si mangia bene? A Berlino si mangia benissimo: l'offerta è molto ampia e i prezzi sono più che abbordabili - a dire il vero qualche volta siamo rimasti stupiti di quanto poco abbiamo pagato pur essendoci strafocati di cibo. A ogni forchettata pensavo ai patimenti subiti a Parigi - miei personali, oltre che del mio stomaco e del mio portafogli - e ringraziavo dentro di me la Gastronomie berlinese. Naturalmente abbiamo mangiato "tedesco" due o tre volte, provando tra l'altro il primo buffet eat-as-much-as you can applicato alla cucina tedesca, e traendone grande soddisfazione, ma per il resto abbiamo praticamente attraversato tutto il globo. Ci hanno sfamato, nell'ordine: un ristorante eclettico vietnamita-thailandese della Danziger Strasse, denominato molto opportunamente "Rice Queen" - e infatti il cameriere era un orientale gaio assai e molto gentile, come sanno essere gli orientali quando queste due caratteristiche si combinano -; un ristorante libanese nella Kollwitzstrasse - una delle mie strade preferite, a Prenzlauer Berg, costellata di "mangerie" di vario genere e già molto frequentata da me e da lui durante il nostro soggiorno di tre anni fa -; un ristorante mongolo di Pankow - dal nome, che brilla per originalità, di Chinggis - che sono riuscito a ritrovare solo grazie alla consulenza della metà bionda e schwul di loro due, defilato com'è nella Bornholmer Strasse e, infine, un ristorante etiope (Blue Nile) proprio accanto al nostro albergo, dove ho provato l'ebbrezza di mangiare con le mani prendendo il cibo con il loro tipico "pane". Consiglio soprattutto quest'ultimo: l'atmosfera è molto gradevole e rilassante, con tutte quelle luci soffuse; le porzioni sono pantagrueliche; la cameriera è di una gentilezza squisita e i prezzi sono "sbalorditivamente" bassi.

V

Nel frattempo, si stanno ingrossando le file degli expats italiani a Berlino, massime tra blogger antichi e nuovi. Noi, invece, umili viaggiatori provenienti da una landa desolata, ci siamo limitati a incontrarli passando con loro un paio di serate e porgendo i nostri saluti. Una sera abbiamo incontrato lei che, fresca fresca da Cracovia, ci ha prima accolto nella sua casa di Kreuzberg - e, devo dire, per un attimo l'ho invidiata (senza alcuna malevolenza, s'intende), anche se in una casa come la sua io rischierei l'imbozzolamento totale e non metterei più il naso fuori - e ci ha poi portato fuori a cena. Un'altra sera, invece, abbiamo incontrato Ale, del duo Stadtschaft - stavolta da solo perché Lupo, l'altra metà del blog, era indisposto - e il neo-paleo-berlinese Kartch. Di quest'ultimo mi stupisce sempre che, malgrado i funghi e la barbetta incolta, continui a dimostrare almeno dieci anni di meno, esattamente come dieci anni fa. Ale, invece, che a volte pensa se non sia il caso di tornare in Italia, l'ho guardato come si guarderebbe un matto: "Comunque non proprio adesso!". Con loro due abbiamo chiacchierato un po' davanti a un bar gay, che si trova a Kreuzberg e si chiama Moebel Olfe, perché insediato in un ex negozio di mobili e a quanto pare molto in voga da un paio d'anni a questa parte, cosa non difficile a credersi vista la quantità di avventori tra i quali, a occhio e croce, non imperava troppo la sindrome da "figalessa" che regna in qualsiasi locale milanese appena appena un po' "trendy".

VI

Il ritorno è stato per entrambi un po' doloroso: a Berlino, questa Berlino, ci si affeziona facilmente. La conosco da vent'anni ormai e se quindici anni fa era ancora eccessivamente aspra - era una città in rapido mutamento, in cui non si sapeva bene che cosa sarebbe successo -, oggi è forse l'unica grande capitale europea davvero a misura d'uomo, in cui non occorre svenarsi per vivere. Come Marlene, insomma, anch'io ho sempre "einen Koffer in Berlin", una valigia a Berlino. 

[Qui le fotografie di queste giornate berlinesi]

20/07/2008

L'Italia vista da Berlino

Per cinque giorni non ho voluto sapere nulla dell'Italia e non ho né comprato né tantomeno sbirciato i quotidiani italiani passando davanti alle edicole berlinesi. Quando sono partito si era già alzato il polverone sulla sentenza della Corte di Cassazione riguardo al "caso Englaro", con i prevedibili strascichi di chi, in questo paese, si aggrappa ai dolori altrui per far passare la propria astratta concezione di vita, ignorando la volontà degli individui: niente di nuovo, insomma.

Quando ieri sono tornato, invece, ho sfogliato Metro mentre ero in metropolitana e ho letto un'intervista con Alessandra Mussolini, che spiegava perché lei e altre insigni esponenti del centrodestra hanno fatto ritirare la pubblicità della Tim in cui una ragazza, scopertasi incinta, invia messaggi a tappeto ai suoi numerosi amanti. La pubblicità sarebbe antieducativa e - immagino - chissà quante ragazze, guardandola, diventerebbero ninfomani. Se però dovessimo ritirare o bloccare tutti gli spot pubblicitari che sono o stupidi o antieducativi o atti a creare aspettative irrealistiche negli spettatori potremmo tranquillamente abolire la pubblicità, che è sempre un mezzo di rimbambimento della popolazione. Che facciamo? La aboliamo tutta?

Ma non voglio divagare: a Berlino in questi giorni ho comprato solo una volta, venerdì scorso, - per curiosità - il Neues Deutschland, che oggi si definisce "quotidiano socialista" ed è abbastanza anodino (ovvero: noiosetto, per gli standard della stampa quotidiana di casa nostra, che ha preso sempre più a modello Novella 2000 e simili), ma che un tempo era l'organo ufficiale del Partito socialista unificato della DDR. Per una strana coincidenza, le due pagine centrali sono dedicate a un approfondimento sul tema eutanasia, che in tedesco viene tradotto "Sterbehilfe" e non "Euthanasie" per sottolineare la sostanziale differenza tra la volontarietà dell'atto e l'imposizione, quest'ultima tipica della politica nazista. Una differenza che i cristianisti e i cattolicanti fondamentalisti italiani stentano a comprendere. Nella seconda pagina ci sono una serie di articoli che dipingono la situazione nei vari paesi europei: si parla del "turismo della morte" in Svizzera; dei "pionieri europei", cioè l'Olanda e il Belgio, ai quali nel febbraio scorso si è aggiunto anche il Lussemburgo; della "tolleranza praticata sul letto in morte" in Francia. L'ultimo articolo, in basso a destra - collocazione alquanto simbolica e rivelatrice, mi verrebbe da dire -, è dedicato all'Italia. In tre succinte colonne è citato sia il caso di Piergiorgio Welby, della sua lettera al presidente Napolitano e dei funerali rifiutati dalla chiesa cattolica, sia quello - senza farne il nome - di Eluana Englaro e della recente sentenza della Cassazione. Il pezzo si chiude con la notizia che ora il Senato vuole sottoporre la sentenza della cassazione alla Corte costituzionale. Ma, come una pietra tombale, a chiudere il caso italiano bastano due frasi dell'articolo. Una nell'occhiello: "Malgrado il presidente avesse chiesto al Parlamento di occuparsi del tema dell'eutanasia, non è successo quasi niente" e una nelle ultime righe dell'articolo: "Ciò mostra quanto sia grande, anche in questa faccenda, l'influsso della chiesa cattolica e quanto poco coraggio mostrino i rappresentanti popolari nel liberarsene". In effetti, non occorre aggiungere altro e, come si vede, bastano persino poche parole per dirlo.

Al rientro

Quel che è bello dura poco. Anche stavolta sono rientrato - ieri, per l'esattezza - da Berlino e il primo impatto con l'Italia e con Milano non è stato confortante. Solitamente bastano pochi giorni per disintossicarsi e, quando si torna alle antiche abitudini, è sempre un bel colpo. L'aereo è atterrato al terminal 2 di Malpensa, cioè il vecchio aeroporto. Abbiamo deciso di prendere il treno per tornare a Milano. Il treno, però, parte dal terminal 1. Sapevo che c'è un autobus navetta che fa la spola tra i due terminal, ma quello che non sapevo era come la fa: l'abbiamo appreso a nostre spese. L'abbiamo trovato fermo davanti all'uscita, siamo saliti e abbiamo aspettato. Poi abbiamo aspettato. Infine abbiamo aspettato ancora. Nel frattempo una radio urlava a tutto volume canzoni e jingle pubblicitari. Dopo una ventina di minuti di attesa - e io che pensavo che uno shuttle dovesse fare avanti e indietro in tempi ragionevoli - le porte si chiudono e il veicolo accenna a muoversi. Peccato che in quel momento stiano arrivando altri passeggeri: l'autista, allora, si ferma e li fa salire. Nuova chiusura delle porte e nuovo accenno di partenza. E, di nuovo, un altro gruppo di passeggeri in arrivo: vogliamo lasciarli a terra? No, ovviamente. L'autista fa salire anche questi e, intanto, l'autobus-navetta è ormai pieno come un uovo. Finalmente partiamo sul serio. E qui apprendo due cose: la prima è che il terminal 1 è molto più lontano di quanto pensassi ed è, letteralmente, una cattedrale nel deserto, la seconda è che l'autobus cosiddetto navetta fa due fermate intermedie, una al parcheggio - dove imbarca altri passeggeri - e una in the middle of nowhere dove imbarca un numero imprecisato di steward e di hostess, che riescono a salire solo dopo diversi tentativi da tutte le porte, visto che il mezzo ormai sta straripando. Alla terza fermata sono questi a scendere per primi, così molti pensano che si tratti di un'ulteriore fermata intermedia. Fatto sta che l'autobus si ferma tra il terminal 1 e un parcheggio e non c'è nulla a segnalare che si tratta della fermata definitiva. A questo provvede l'autista che bercia qualcosa del tipo: "Giù, giù! Siamo arrivati", come se stesse facendo scendere il bestiame da un carro. Attraversiamo la strada - e in corrispondenza della fermata e del tunnel che porta al Malpensa Express non ci sono nemmeno le strisce - e andiamo a prendere i biglietti per il treno. L'aereo da Berlino è atterrato alle 13.45: sono le 14.45. Un'ora di viaggio per passare da un terminal all'altro, e per fortuna che le valigie ci sono state consegnate quasi subito. Andando al treno penso che tutto sommato sono fortunato perché io so come si fa ad arrivarci, ma uno straniero che atterri a Milano che impressione riceve da tutto questo casino? Non oso immaginare il caos quando ci sarà la tanto celebrata Expo. Rimetto piede in casa alle 16 in punto, dopo un viaggio nei puzzolenti vagoni del Malpensa Express, "express" per modo di dire, poiché si ferma a Busto Arsizio, a Saronno, a Milano Bovisa-Politecnico - e ho temuto il peggio quando ha rallentato entrando alla stazione di Rescaldina. Di Berlino, invece, dirò più avanti.