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Le infamie di ieri

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05/07/2009

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Cento. Non sono gli anni che compio (anche se qualche volta me li sento dentro), ma le vasche che ho fatto oggi in piscina, alla Procida che, chissà perché, è quella che mi ispira di più. Ho quindi battuto il mio record personale di ottanta vasche (che peraltro risaliva a domenica scorsa) e mi sento come un Concorde che ha infranto la barriera del suono. Quando sono uscito sentivo persino un formicolio nelle mani. Di più non riuscirò a fare, ma intanto sono soddisfatto così.

Storia di uno scaldabagno

Ma che me ne importa della crisi mondiale e delle varie disgrazie assortite che riempiono le prime pagine dei giornali! C'è qualcosa di più grave che mi toglie il sonno e la tranquillità d'animo: il mio scaldabagno. Si è guastato. E' cominciato che, rientrando in casa, sentivo un odore di metano imprecisato, senza riuscire a capire da dove venisse. Un giorno ho pensato di spegnere lo scaldabagno e ho scoperto che la perdita veniva da lì. Quando ho provato a riaccenderlo, la fiammella guizzava finché tenevo premuta la manopola, ma nel momento esatto in cui la lasciavo andare si spegneva. Catastrofe! Ho chiamato un tecnico dell'assistenza e un bel mattino è venuto un ragazzo minuto e caruccio che mi ha detto: "La situazione è grave. E' persino stato fortunato. Poteva anche esplodere". E con l'occhio della mente mi sono visto Bruno Vespa che camminava sulle macerie e, con in mano i miei dildi recuperati tra la polvere e i calcinacci, presentava uno speciale di "Porta a Porta", o, addirittura, Berlusconi che mi faceva un G8 nel cortile. "Le conviene - ha aggiunto il giovin tecnico - cambiare scaldabagno. La riparazione, se vuole, costa duecentocinquanta euro". Non pago di avermi comunicato siffatta ferale notizia, ha aggiunto: "E poi guardi che quel tubo di scarico è troppo lungo: per norma di legge dovrebbe essere non più di due metri e mezzo con due curvature". Ho abbozzato, ma intanto nella mia mente ho lanciato una serie di maledizioni al tizio che mi ristrutturò la casa nel 2002 e che, non dicendomi nulla, m'installò questo tubo troppo lungo: già ci avevo litigato, ai tempi, per altri motivi, minacciandolo di mandargli la Guardia di Finanza, adesso ne avrei un altro in più. "Comunque - ha concluso conciliante il fanciullo - questo non è un problema. Finché tira". Tira, tira - avrei voluto dirgli - e se vuoi ti faccio vedere io come tira, ma ho preferito lasciar perdere. "Mi faccia sapere che cosa decide di fare".

E adesso sono in ambasce. Ho chiamato l'idraulico consigliato dal tecnico e ho avuto la malaugurata idea di essere troppo cristallino, dicendogli che in effetti secondo il tecnico il tubo è troppo lungo. "Ah, ma allora se non è a norma io non esco nemmeno a farle un preventivo!". Lo sapevo: con tutti i disgraziati che ci sono in giro, proprio l'unico idraulico onesto e ligio alla legge dovevo trovarlo io? Va bene, ci penserò. In ogni caso queste cose succedono sempre nei momenti meno opportuni. Che io decida di riparare lo scaldabagno o di cercare un altro idraulico compiacente che chiuda un occhio sulla canna troppo lunga - perché, dài, in fin dei conti mi tira ancora, e anche piuttosto bene -, non potrei fare né l'una né l'altra cosa entro mercoledì mattina, visto che mercoledì pomeriggio parto e me ne sto via fino al venticinque luglio. All'assistenza - che non aveva in casa i pezzi di ricambio quando l'altro giorno, esausto e dilaniato dal dilemma, li ho chiamati - ho promesso che mi rifarò vivo il ventisette luglio. Intanto mi lavo in piscina o in palestra. Oppure, gridando banzai!, mi lancio sotto la doccia e mi lavo con l'acqua fredda, sperando di non doverlo fare anche a dicembre.

03/07/2009

Tentativi di felicità: "Ach Glück" di Monika Maron

Monika Maron C'è, in molti scrittori tedeschi, un'ossessione tutta romantica che li spinge a interrogarsi sul senso della vita e sulla possibilità che questa venga vissuta veramente e pienamente, al fine di realizzare la propria felicità. La vita finisce sotto il vetrino di un microscopio ed è analizzata in tutte le sue componenti per scoprire e capire in che misura esse hanno contribuito alla felicità o, viceversa, l'hanno ostacolata. Tutta l'operazione è, solitamente, avvolta da un velo fitto di malinconia - la proverbiale Sehnsucht tedesca - e in questo non si distingue l'ultimo romanzo di Monika Maron, Ach Glück (Ah, la felicità), pubblicato l'anno scorso.

Johanna e Achim, i protagonisti del racconto di Monika Maron, sono sposati da trent'anni e alla passione si è sostituito ormai un tran tran senza scossoni. E' a un futuro privo di novità e, soprattutto, a una ineluttabile vecchiaia che si è rassegnata Johanna, almeno finché un incontro non le ridà la speranza di ricominciare. Tramite un seducente gallerista russo, Igor, entra in contatto epistolare con Natalia, vecchia nobile russa decaduta che, rimasta vedova di un grigio funzionario comunista, si è trasferita da poco a Città del Messico per tentare di rintracciare Leonora Carrington, un'artista pazza sua amica di gioventù. Secondo Johanna Natalia ha vissuto "cinquant'anni nella propria pelle come se fosse un'altra, cinquant'anni di vita estranea": è evidente che la protagonista s'identifica con la vecchia russa, tanto da sentire sempre più il richiamo della fuga.

Ma oltre a Igor e Natalia Johanna incontra anche qualcun altro che catalizza il suo desiderio di fuga: si tratta di un cane abbandonato, Bredow, che lei si porta a casa e di cui si prende cura, affezionandovisi sempre di più. Come Natalia rappresenta la possibilità di iniziare qualcosa di nuovo, così Bredow diventa un po' il simbolo di quell'amore - un amore incondizionato, in questo caso - che in questo momento manca nella sua vita. Da più parti, dunque, è come se le arrivassero dei segnali: "Probabilmente entrambi, il russo e il cane, sono potuti irrompere nella sua vita perché Johanna li aspettava, loro o altri che fossero adatti a capovolgere la sua vita abituale". Ecco quindi che, dopo qualche esitazione, Johanna decide di partire per Città del Messico, dove resterà qualche settimana e aiuterà Natalia nella sua ricerca di Leonora.

Naturalmente tutto questo non incontra il favore e l'approvazione di Achim che segue con scetticismo il cambiamento della moglie e comincia persino a provare gelosia non soltanto nei confronti di Igor, ma anche del cane, a cui Johanna riserva attenzioni e manifestazioni d'affetto spropositate. In un certo senso Achim è l'opposto di Johanna: si è adagiato in una vita abitudinaria che lo tranquillizza. E' un germanista sottrattosi alla competizione ormai imperante anche nelle università tedesco-orientali dopo l'unificazione e ben contento di starsene nella sua nicchia, tanto da arrivare a dire che era meglio sentirsi oppresso da uno stato omnipervasivo come quello della DDR, in cui almeno il singolo individuo aveva il pretesto di non avere i mezzi per contrastare un apparato potente, che non dalle manie di grandezza o di potere di altri individui di scarsa caratura. Ma forse l'atteggiamento di Achim altro non è che l'altra faccia dell'atteggiamento della moglie: "Lui, invece, tra i libri aveva forse cercato davvero un posto che lo proteggesse dalla vita".

In questo romanzo i due punti di vista di Johanna e Achim si alternano, di capitolo in capitolo. Mentre la prima è seduta in aereo e si avvicina a poco a poco alla meta, Achim vaga da solo per Berlino: entrambi, tuttavia, ripensano al passato e alle esperienze che li hanno condotti fino a lì. In realtà si potrebbe quasi dire che la storia vera - l'arrivo di Johanna in Messico, attesa da una donna con un cappello rosso a tesa larga - comincia quando finisce il libro. Non sappiamo quindi se davvero c'è una nuova vita per la protagonista, ma in ogni caso non è questo l'importante, bensì tutto quello che c'è già stato in passato, compreso il desiderio nostalgico di uscire dai binari dell'abitudine. Il romanzo vero e proprio consiste dunque di un incessante scandagliare la vita interiore e la psicologia dei due personaggi ed è in questo che Monika Maron rivela la sua bravura e la sua sensibilità. La scrittura è limpida e precisa, spesso venata di osservazioni semplici ma profonde e spiazzianti: penso, per esempio, alle pagine in cui l'autrice descrive come la paura (della malattia, della morte e della decadenza) finisce per consumare la vita stessa, finché questa - a forza di proteggersi e cercare di prevenire ciò che potrebbe minacciarla - diventa sempre più simile a quell'esistenza minacciata che vorrebbe tenere lontana da sé. Notevole è inoltre la capacità di Monika Maron di mostrare lo stato interiore - emozioni e sentimenti - dei suoi personaggi descrivendone gesti e movimenti: basti leggere, per esempio, le pagine in cui Achim, dopo aver vagato per il centro di Berlino indeciso se andare o no a vedere la galleria di Igor e parlargli a quattr'occhi della moglie, si dirige proprio verso la galleria, obbedendo quasi a un automatismo. Oppure quando, in preda al nervosismo durante una cena con altri professori, rovescia una bottiglia di vino perché sprofondato nei suoi pensieri e nelle sue preoccupazioni riguardo alla moglie. Ed è soprattutto questa attenzione ai moti dell'animo che rende Ach Glück un romanzo che, a poco a poco, avvolge il lettore nelle sue spire.

02/07/2009

Dei viaggiatori solitari

C. mi chiede se non mi annoia o non mi intristisce viaggiare da solo. Allora ripenso a tutte quelle volte in cui, la sera, mi coglieva la malinconia. Certo, in quei momenti - le dico -, mi sento un po' triste e allora vorrei condividere con qualcuno quello che ho visto durante la giornata. Ma l'alternativa qual è? Rinunciare del tutto a vedere cose nuove o cose che, semplicemente, mi piacciono molto, perché potrei avere paura della solitudine e del famoso cane nero che, di tanto in tanto, potrebbe venire a braccarmi? Oltretutto - aggiungo - è un modo come un altro per esercitarmi, per fortificarmi, per guardare in faccia qualcosa quella solitudine che magari fa spavento. Non è distogliendo lo sguardo che essa cessa di esistere e non è distogliendo lo sguardo che io diventerei più sereno (per quanto, lo ammetto, talvolta mi piacerebbe). E infine le presento quello che per me è l'argomento definitivo. La memoria funziona come un setaccio: solitamente sono così tante e intense le esperienze che faccio durante un viaggio - è come se il tempo si raddoppiasse o, che è la stessa cosa, come se riuscissi a comprimere il doppio di esperienza in una stessa quantitità di tempo - che quei momenti di tedio o di scoraggiamento vengono filtrati via quando, una volta tornato a casa, ripenso al viaggio terminato. Col tempo tutto si cristallizza in memoria e per avere qualche bel ricordo a cui attingere nei momenti di maliconia o di monotonia della vita di tutti i giorni - questi sì davvero malinconici - sono ben disposto ad accettare le difficoltà (psicologiche in primis) del viaggio solitario. Per raccogliere qualche pepita d'oro devo sguazzare un po' nel fango: alla fine, però, resta l'oro mentre il fango viene lavato via.

01/07/2009

Il corpo postmoderno di MJ

Michael Jackson incarnava perfettamente alcune delle tendenze della nostra epoca e in occasione della sua morte è questo aspetto che m'interessa. Lo chiamerò MJ, per spogliarlo un po' della sua individualità e non per disprezzo nei confronti del musicista e del cantante, di cui ora non intendo scrivere (anche perché lo conoscevo e lo conosco pochissimo). Quello che mi interessa è altro ed è, oggi, universale: MJ diventa il protagonista di una modernissima morality play che ha per oggetto il suo corpo. MJ, infatti, è stato anche il suo corpo ed è su questo corpo che vorrei concentrarmi, perché rappresenta in buona parte il corpo della postmodernità occidentale. Il corpo di MJ era stato sottratto alla sua evoluzione naturale e trasformato in una esteriorizzazione dell'idea che lui aveva del suo corpo. Doveva essere indefinitamente plasmabile e modificabile finché non avesse finito per assomigliare a un modello tutto interiore. Un corpo si evolve e, sottoposto all'azione del tempo, si deteriora: la gravità comincia a esercitare i suoi effetti trascinandolo verso il basso, rendendolo floscio e cascante, allentandone i muscoli; il metabolismo non è più quello di un tempo, quando l'organismo da solo provvedeva a smaltire gli eccessi che ora invece si accumulano e si manifestano. E' diventata un'ossessione tutta contemporanea quella di contrastare - o cercare di contrastare, in una sorta di sfida comunque perduta in partenza - questo progressivo decadimento: palestra, movimento, fitness, alimentazione sana, tutte cose che possono contenere e rimandare il disastro, circoscriverne gli effetti ma non sospenderlo del tutto, non eliminare l'entropia che inevitabilmente conduce alla dissoluzione. Questa sfida era stata portata ai limiti estremi da MJ grazie all'applicazione costante della chirurgia estetica. Ho letto di non so quanti interventi subiti, di innumerevoli ritocchi: gli zigomi più pronunciati, il naso più assottigliato, la pelle un po' più schiarita. E ogni volta si trattava si spostare un po' più in là il limite del decadimento. E' un fenomeno strano e paradossale: da un lato il corpo deve assomigliare all'immagine interiore che la mente ha del corpo stesso, come se quest'ultimo non fosse che un'incarnazione imperfetta dell'idea platonica di corpo e come se solo oggi, grazie ai progressi della tecnica chirurgica, fosse possibile ridurre sempre più lo iato tra reale e ideale, fino ad avvicinarli asintoticamente. Eppure, per raggiungere questo obiettivo, dall'altro lato bisogna operare una separazione tra la percezione di sé - che comprende interno ed esterno, per così dire - e il corpo, trasformato in oggetto da modificare.

Nonostante questi tentativi, però, il corpo si ribella e non si lascia governare del tutto. C'è, al di là di ogni tentativo di intervento e di modifica, la rivelazione di una verità fondamentale riguardo al corpo: in fondo in fondo mantiene un suo silenzio e una sua autonomia, in cui sopravvive qualcosa di misterioso. In casi estremi il corpo si ribella con la morte (ed è quello che è accaduto a MJ) o, quanto meno, presentandosi come parodia dell'ideale. L'idea platonica s'incarna ma il risultato è una maschera grottesca, che spesso suscita pietà, commiserazione o raccapriccio in chi guarda. Solo chi ha tentato così di sfidare il corpo e plasmarlo sembra non rendersene del tutto conto o se se ne rende conto è troppo tardi e fa finta di nulla. MJ era, da questo punto di vista, un esempio tra i tanti, con la differenza che ha portato questo processo alle estreme conseguenze e, nella sua radicalità, ha personificato una tendenza vastamente diffusa in Occidente.

Il corpo però non è solo apparenza, ma è anche prestazione. Un corpo infinitamente modificabile e plasmabile non deve soltanto corrispondere all'immagine interiore, soggettiva, del corpo, ma deve diventare anche una macchina da cui è giusto esigere certe prestazioni. Prestazioni che possono persino superare i limiti inscritti biologicamente nel corpo stesso. Nel caso di MJ, leggevo che, malgrado le condizioni in cui si trovava e lo stato di progressivo deterioramento del suo fisico, stava preparando una serie di nuovi concerti - una cinquantina - a Londra. Non avrebbe avuto né il fiato né la capacità fisica di reggerli - o almeno questo è quanto riportava La Stampa un paio di giorni fa. A questo scopo avrebbe dovuto imbottirsi ulteriormente di quei farmaci di cui faceva già abbondante uso. E anche qui MJ incarnava una tendenza della nostra epoca: se il corpo non è in grado di reggere una prestazione, se la mente reclama i suoi ritmi naturali, occorre invece privilegiare il loro funzionamento meccanico e intervenire per abbattere questi limiti: stimolanti, antidolorifici, antidepressivi, tutto va bene purché la macchina non si arresti e prosegua la sua marcia alla massima potenza. Non hanno più importanza il significato e il valore interiori che l'agire ha per il soggetto che agisce, ma conta soprattutto il saper fare, sempre e comunque, rispetto all'esterno, in una specie di competizione di tutti contro tutti, dove nessuno deve fermarsi, pena la squalifica. E quel che è peggio questo diktat proveniente dall'esterno finisce per essere assorbito all'interno colonizzando il senso stesso dell'agire. Dove però difetta la resistenza individuale bisogna supplire con qualche aiuto artificiale, finché non è più il sé a "manovrare la macchina".

C'è infine un aspetto che ho colto negli articoli letti sui giornali e in rete in questi giorni e che mi ha colpito. Si è indugiato molto sulla descrizione del suo corpo martoriato e sui risultati dell'autopsia: i cocktail di pillole assunte quotidianamente e rilevate, non del tutto digerite, nello stomaco; i segni delle numerose iniezioni praticate ogni giorno; le costole rotte in seguito ai tentativi di rianimazione dei paramedici; la calvizie incipiente perennemente coperta da una parrucca di capelli neri e ricci; il naso ormai collassato dopo i numerosi interventi; le cicatrici ovunque prodotte dai continui interventi chirurgici. Tutto questo è stato dato in pasto al pubblico e se è vero quello che viene riportato oggi - cioè che "la salma potrebbe essere esposta al pubblico" nella proprietà di "Neverland" dove abitava MJ - il parallelo con l'adorazione delle reliquie dei santi (o dei loro equivalenti) nelle varie liturgie religiose sarebbe perfetto. Il pubblico si trasformerebbe - e si è già trasformato - nella congregazione dei fedeli in attesa di vedere e toccare il corpo di questo santo interamente mondano. Come se il bisogno di religiosità, una volta evaporato, si ricondensasse intorno a divinità alternative, più terrestri. Anche in questo MJ è il catalizzatore di una tendenza tutta postmoderna e tutta occidentale. Il suo corpo, nel bene e nel male, è il "corpo di Cristo" della postmodernità.

29/06/2009

"Kraftwerk and the Electronic Revolution": una breve introduzione

Kraftwerk_promo_photo_1977_500 Per gli appassionati e per i curiosi di musica elettronica il documentario Kraftwerk and the Electronic Revolution dovrebbe essere una buona introduzione. Io l'ho guardato attirato soprattutto dalla speranza di conoscere qualche dettaglio in più sulla storia musicale dei Kraftwerk e di vedere qualche loro video raro o inedito. La speranza non è stata del tutto soddisfatta nella maniera in cui speravo io. Se siete fan dei Kraftwerk saranno poche le cose nuove che apprenderete da questo dvd.

Il titolo è fuorviante: è vero che il fulcro del documentario sono i Kraftwerk, ma visti soprattutto in quanto esponenti - fondamentali, certamente - dell'evoluzione dell'elettronica tedesca tra la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta. Nelle tre ore della sua durata ci viene offerta una lunga cavalcata sulle origini prima del "Krautrock", con i tentativi dei musicisti tedeschi di differenziarsi dal pop-rock anglosassone, e poi della musica elettronica vera e propria. Di quest'ultima viene tracciata la genealogia e vengono citati anche i padri nobili come Pierre Schaeffer, l'inventore della "musique concrète", e il monumentale Karl-Heinz Stockhausen. Vengono poi presentate, con frammenti di filmati d'epoca e brani musicali, le scene principali dove allora aveva luogo la sperimentazione musicale: a Berlino, dove operavano tra gli altri i Tangerine Dream e Klaus Schulze, a Monaco e a Duesseldorf, dove appunto avrebbero cominciato ad affermarsi Ralf Hutter e Florian Schneider, il nucleo duro - e stabile - dei Kraftwerk, inizialmente con il nome di Organisation. Tutta questa parte introduttiva è molto dettagliata e qui assistiamo all'affermarsi (e, successivamente, al declinare) di gruppi come Amon Düül, Popol Vuh, Kluster, Can e  Ash Ra Tempel.

L'ossatura che regge la narrazione del film è costituita da una serie di interviste a vari protagonisti dell'epoca: musicisti come Klaus Schulze, Conrad Schnitzer e Dieter Moebius dei Kluster, giornalisti e studiosi come Ingeborg Schober, Diedrich Diedrichsen, Mark Prendergast e così via. Sono soprattutto i giornalisti e gli studiosi che offrono qui un'interpretazione convincente dell'estetica innovativa dei Kraftwerk e del loro desiderio di creare una sorta di "nuova germanità", superando così il tabù di matrice postnazista che a quell'epoca colpiva tutto ciò che aveva il solo sentore di essere tedesco. Quello che però manca è proprio la "cosa in sé". Come è noto, i Kraftwerk non rilasciano quasi mai interviste e per questo motivo la voce di Ralf Hutter e Florian Schneider è completamente assente. L'unico a rendere testimonianza di parte di quell'epoca è Karl Bartos, che dei Kraftwerk è stato membro dal 1975 - cioè dall'anno di Radioactivity - fino al 1991. Del periodo "eroico" degli inizi non ci viene raccontato nulla in presa diretta. Karl Bartos mantiene un certo distacco - diversamente forse da quanto avrebbe fatto Wolfgang Flur, l'altro "transfuga" dopo il 1991, che qualche anno fa pubblicò un libro stillante acrimonia -, ma sottolinea comunque come, almeno fino a un certo punto, sia lui che Flur (e come loro gli altri musicisti ingaggiati da Ralf e Florian) erano considerati poco più di "impiegati" al soldo delle due menti creative.

Poiché Kraftwerk and the Electronic Revolution è di produzione inglese, c'è anche una parte dedicata all'influsso notevole della musica dei Kraftwerk sugli sviluppi dell'elettronica inglese, soprattutto agli inizi degli anni ottanta, e sulla sua progressiva commercializzazione man mano che gli strumenti diventavano sempre più accessibili. Il primo a riconoscere la novità dei Kraftwerk è un certo David Bowie che, in crisi creativa, si trasferisce a Berlino a metà degli anni settanta e, con Brian Eno, coniuga la sperimentazione elettronica con il rock, facendo conoscere la prima anche a un pubblico che precedentemente ne era ignaro. Il risultato più alto di questo "matrimonio" è probabilmente la seconda facciata di "Low" (e a David Bowie rendono omaggio gli stessi Kraftwerk, citandolo poi in "Trans Europe Express"). In seguito viene evidenziato il debito di riconoscenza - e, in qualche caso, la filiazione diretta - di molto synth-pop britannico degli anni ottanta nei confronti del gruppo tedesco. Karl Bartos cita come esempio positivo gli Human League, che a suo avviso sanno coniugare la tradizione tipicamente anglosassone e la musicalità beatlesiana con i nuovi ritmi elettronici, mentre distorce il naso davanti ad alcuni che, invece, si limitano a fare quella che lui giudica una pura e semplice "parodia": è il caso di Gary Numan.

Il difetto maggiore di questo documentario è però che, giunto agli inizi degli anni ottanta, perde la sua verve e liquida in pochi minuti il resto della produzione e i successivi sviluppi kraftwerkiani. Se è vero che da pionieri che erano hanno finito per essere stati se non superati quanto meno inglobati dalla loro epoca, è altrettanto vero che le loro produzioni hanno sempre avuto un marchio di qualità che li contraddistingueva. Stupisce, tra l'altro, un giudizio eccessivamente tranchant su altri artisti elettronici come Jean Michel Jarre, giudizi che peccano di superficialità, considerando che le prime sperimentazioni di Jarre sono quasi coeve ai primi lavori dei Kraftwerk. Non viene fatto alcun cenno, per esempio, a "Electric Café" del 1986, forse giudicato troppo commerciale nel suo violare esplicitamente la regola del "concept-album" più o meno mantenuta fino ad allora, così come non viene detto quasi nulla sulle sorti del gruppo dopo il 1991, con le defezioni di Wolfgang Flur e di Karl Bartos e con i successivi nuovi ingressi. C'è solo un breve cenno, en passant, a "Tour de France Soundtracks" del 2003 e poi più niente. Inoltre è un peccato che, al di là delle interviste, delle testimonianze e della narrazione, tutti i video e i filmati presentati siano solo frammentari: non c'è una singola esibizione dei Kraftwerk in versione integrale. Un documentario interessante per chi nulla o poco sa dell'argomento, ma un po' deludente per chi avrebbe voluto vedere più cose dell'epoca a cui si riferisce.

[Aggiornamento: E con colpevole e notevole ritardo apprendo solo oggi, sei mesi dopo, che anche Florian Schneider-Esleben ha lasciato i Kraftwerk. Solo che lui era il co-fondatore. Resta Ralf Hutter...]

Come distruggere le tutele dei lavoratori e far finta di no: un modello dagli Usa

Su D-La Repubblica delle donne di sabato scorso ho letto un pezzo di Vittorio Zucconi che racconta come negli Stati Uniti si stia diffondendo l'abitudine di considerare un "vaffanculo" in ufficio, specie se rivolto a una donna, come una forma di "molestia sessuale". Pare che diverse impiegate o segretarie siano già ricorse alle vie giudiziarie per incriminare colleghi o superiori che si sono lasciati sfuggire l'improperio incriminato. Non ho sottomano l'articolo e quindi sto citando a spanne. Zucconi non dice nemmeno qual è il termine inglese corrispondente e non specifica se sia un tradizionale fuck off o un più preciso get fucked oppure chissà che altro ancora. Be', se in Italia si affermasse una tendenza del genere, le patrie galerie si riempirebbero. Mi auguro che Zucconi esageri e stia facendo di una pulce un elefante. In realtà tutti sanno - o dovrebbero sapere - che certi insulti sono ormai desemantizzati, né più né meno come quando qualcuno dice "non attaccare il carro davanti ai buoi" non ci si aspetta che il suo interlocutore vada ad attaccare il carro dietro ai buoi. Per quanto mi riguarda, per esempio, io evito di usare espressioni come "prenderlo nel culo" o "metterlo in culo", anche se mi danno fastidio, perché so che chi le usa non si sta di certo preparando a una sodomia. Ma non per questo mi viene in mente di ricorrere alle vie giudiziarie. Questo fenomeno tutto americano, però, è significativo per un altro motivo. Quando vengono sospese le tutele dei lavoratori, quando si comincia a stabilire che la contrattazione collettiva non vale più un fico secco e che ogni individuo deve fare per sé, affrontando da solo con la propria debolezza chi è più forte di lui, quando parlare di certezza del posto di lavoro equivale a essere bollati come rottami del passato, allora non resta che consolarsi in questo modo. Gli elementi fondamentali e l'essenza stessa dei diritti dei lavoratori vengono distrutti, però resta il diritto di occuparsi pretestuosamente di qualche quisquilia. La casa crolla e ti concedono di ingentilire i davanzali con un vaso di gerani. Magari sei stato scacciato dal tuo posto di lavoro con gli scatoloni in mano, però puoi trascinare in tribunale il collega che ti ha mandato affanculo. Chi fa i miliardi con il tuo lavoro, intanto, può continuare tranquilllamente a ingrassare.

28/06/2009

Un uomo e il suo successo

F. ha la mia età: lui è nato all'inizio dell'anno, io alla fine. Fa, bene, un lavoro che non gli piace o che, per essere più precisi, non ritiene molto adatto al suo ruolo maschile. Per questo non è soddisfatto: ha la sensazione di essere rimasto bloccato, senza possibilità di carriera, e confronta sé stesso con altri che, alla sua stessa età (o addirittura prima di lui), hanno raggiunto posizioni più importanti e da queste traggono anche maggiore stima sociale. Ci scherza sopra, spesso e volentieri ma, come spesso accade quando il medesimo scherzo è ripetuto e insistito, è evidente che questo è un punto dolente, il segnale di un fallimento personale - e non soltanto professionale, come se lo scacco (relativo, del resto) in quel settore si estendesse a macchia d'olio anche sulla percezione di sé in genere e del proprio valore. Come se non bastasse, avverte che il tempo sta passando velocemente: gli anni della giovinezza sono ormai alle spalle ed è nel pieno della maturità - una volta si sarebbe detto "nel mezzo del cammin di nostra vita" o, più banalmente, della mezza età -, senza che però questa maturità sia realmente sentita. Gli sembra anzi di essere allo stesso tempo un vecchio e un bambino mai cresciuto e in questo assomiglia a me.

Eppure c'è qualcosa in cui F. ha avuto successo e pare che non se ne renda conto pienamente. Me ne sono accorto io, invece, ascoltando i suoi racconti di padre. F. ha un figlio ancora piccolo. Poco tempo dopo la nascita il figlio ha avuto gravissimi problemi di salute: ha rischiato la vita e, per una serie di coincidenze fortuite e grazie alla tanto vituperata sanità pubblica italiana, si è salvato. Da allora, però, è cominciata un'odissea riabilitativa, una sorta di maratona dove a ogni tappa F. ha dovuto, incaponendosi anche contro il tale o il talaltro specialista, lottare perché il figlio recuperasse in toto le sue capacità e diventasse un bambino come tutti gli altri. Non si è limitato a portarlo di qua e di là, cercando i migliori medici e le migliori strutture; non gli è bastato sottoporsi insieme a lui agli stessi esami per dimostrargli che non c'era niente da temere - "Lui ormai ha assoluta fiducia in me", mi ha detto -; ma ha anche letto e studiato, si è informato sui sintomi, sulle manifestazioni e sugli epifenomeni della malattia del bambino, ha scandagliato gli effetti collaterali di certi medicinali che gli venivano somministrati e ha controbattuto, prove alla mano, a quei medici che agivano con troppa leggerezza. E spesso lo ha fatto con una competenza tale che alcuni di loro gli hanno chiesto: "Ma lei è un collega?".

E mentre F. mi racconta tutto questo, gli vedo negli occhi una luce. E' l'amore di un padre per il proprio figlio. Un amore per nulla astratto, per nulla distratto, ma un amore che si è scontrato con degli ostacoli molto reali e ne è uscito vincente. Quando ho conosciuto tutta la storia, di cui prima ero solo vagamente al corrente per sentito dire, l'ho associata subito alle telefonate che gli ho sentito fare con il figlio e al modo in cui ne parla. E' curioso: sono abituato a sentire le donne - le madri - che non smettono di parlare dei figli, ma quasi mai i padri. In quel momento ho provato una punta di invidia: non tanto per F., ma per suo figlio che ha un padre così. E questo, più che rivelare qualcosa di F. e del rapporto con suo figlio, rivela molto di me e del rapporto con il mio.

Caro F. - avrei voluto dirgli quel giorno che mi ha raccontato tutta la vicenda, se soltanto ne avessi avuto la prontezza necessaria e se non fossi stato troppo emozionato -, in questo sei un uomo di successo più di quanto altri "uomini di successo", pubblicamente riconosciuti come tali, possano mai dire di sé stessi. E forse dovrebbero loro invidiare te - e non viceversa.

26/06/2009

... e poi spezzeremo le reni alla Grecia?

Se la realtà è brutta basta non descriverla: questa è la ricetta di Berlusconi. Da quel venditore di pentole che è, che è sempre stato e sempre sarà, ci vuole convincere che la realtà vera non è quella che vediamo attorno a noi, bensì le invenzioni della pubblicità. Basta un po' di maquillage, un po' di cerone, una tiratina di qua e un'aggiustatina di là, un trapiantino di capelli, un paio di tacchi, ed ecco che la mostruosità del reale si trasforma in bellezza sopraffina. Che stupidi quelli che si lamentano: è sufficiente un po' di censura e tutto va a posto.

Istinto e ponderatezza

Agire d'istinto, si dice, qualche volta è meglio e permette di fare la cosa giusta. Non è così per me, perché quando ho agito d'istinto o mi è andata male o non ho combinato nulla. Non mi riferisco certamente all'istinto di chi, inciampando, mette avanti le mani per non spaccarsi la faccia, ma a quell'istinto - che forse sarebbe più corretto chiamare intuito - grazie al quale tra diversi comportamenti possibili ci fa scegliere quello "vincente". Se però i risultati non sono quelli sperati è inevitabile cominciare a rimuginarci sopra. E più ci si riflette, più si escogitano soluzioni alternative: all'istinto si sostituisce spesso un eccesso di ponderatezza. Le cose si mettono male se anche in questo modo non si arriva a nulla: si è fallito usando l'istinto (o l'intuito) e si è fallito usando la riflessione. Come comportarsi dunque? In questo caso io resto sospeso a metà, immobile, e non so più esattamente che cosa fare, non so qual è il "trucco" che mi farebbe fare la cosa giusta. Purtroppo, però, l'istinto è perso, una volta che ci si incammina lungo la strada dell'elucubrazione. Voler recuperare l'innocenza dopo un eccesso di esperienza è peggio che inutile: è il modo più certo per ingarbugliarsi ancor di più tra i fili delle rimuginazioni.