Che senso ha leggere l'autobiografia di un noto personaggio dello show-business se non è per scoprire come è arrivato lì e che cosa lo distingue da noi "comuni mortali"? Si suppone che abbia conosciuto gente che noi non abbiamo conosciuto e abbia fatto esperienze insolite e che di tutto questo voglia ora rendere conto al suo pubblico. Poi, si sa, ogni autobiografia è anche, in parte, una falsificazione della vita dell'io narrante, che la ricostruisce e, ricostruendola, la costringe in una struttura e le dà un significato che non era a priori presente. I fatti, però, sono i fatti: se mancano gli aneddoti - a maggior ragione per un esponente del mondo dello spettacolo - che autobiografia è?
Per questo motivo l' "autobiografia" di Amanda Lear, appena uscita in Francia con il titolo Je ne suis pas du tout celle que vous croyez... (Non sono affatto quella che credete voi...) è un totale fallimento e un'assoluta delusione. Lo è programmaticamente, per così dire, perché è lei stessa a voler confondere le carte in tavola e intorbidare le acque, come se volesse scrivere un'autobiografia senza volerla scrivere. Do per scontato che l'abbia scritta lei di suo pugno, anche se non ci credo, poiché all'inizio ringrazia un certo Paul Vesale per l'aiuto nella redazione del testo: immagino che si tratti del suo ghost writer.
Se - come dicevo - in ogni autobiografia c'è sempre un elemento di falsificazione, quella di Amanda Lear è il trionfo delle bugie, delle mezze verità e delle omissioni. La cosa divertente è che non soltanto manipola ciò che è difficilmente verificabile - come il fatto di essere figlia di un inglese nata a Hong Kong e non figlia di un francese nata a Saigon - ma anche cose che io ricordo benissimo. Due esempi su tutti. Parlando dei successi iniziali come cantante, scrive: "Ho raggiunto la vetta di questa vertigine durante la mia tournée in Italia, nell'estate del 1985, all'arena di Verona. [...] ottantacinque mila 'fedeli' veneravano l'idolo della disco sulla scena gigantesca dell'opera". Peccato che fosse la finale del Festivalbar e il pubblico non era lì necessariamente per Amanda Lear, la cui carriera musicale era già in forte declino, tanto da toccare queste bassure. Poi, raccontando della morte del marito - o dovremmo dire del "secondo" marito? - Alain-Philippe Malagnac nel 2000, scrive che allora decise di tornare sul set del film che stava girando, mentre in realtà era impegnata in Italia con Il brutto anatroccolo. Non vere e proprie bugie, dunque, ma un atteggiamento molto lasco nei confronti della realtà, trattata come un fastidio da sottoporre a debito maquillage.
Lei stessa, del resto, mette le mani avanti dicendo che si tratta di "anti-mémoires" e aggiungendo: "Persino in questo libro, può darsi che io non proietti un'immagine del tutto veritiera. Si dissimulano parecchie cose per pudore o rifiuto di affrontare la realtà". Per l'appunto. In ogni caso il racconto della sua vita non segue linee banalmente cronologiche, ma si sviluppa intorno a dei nuclei tematici. Questo escamotage consente alla Lear di ignorare del tutto il fattore tempo, che la costringerebbe ad ancorarsi alla realtà dei fatti e, per esempio, a dichiarare la sua vera età - cosa che non fa mai. Solo a un certo punto, quando descrive (in maniera vaga) come ha iniziato la sua carriera di cantante dopo aver frequentato i più bei nomi della musica rock anglosassone, ci dice che siamo verso la fine degli anni sessanta e l'inizio dei settanta. Della sua vita vera e propria non veniamo a sapere quasi nulla: Amanda Lear non ha né un'infanzia, né un'adolescenza: è come se nascesse già adulta, senza radici e origini in nulla. Ai genitori c'è soltanto un breve accenno e li liquida in due righe. E' un peccato, perché, con la sua intelligenza, avrebbe potuto raccontare dall'interno come ha vissuto, da adolescente, la sua disforia di genere: magari ne sarebbe venuta un'autobiografia alla Jan Morris. (Come mi ha scritto R.S. durante la sua lettura del libro: "Se avesse scritto a caratteri cubitali: 'Ho un grande segreto che mi rifiuto di discutere', non avrebbe potuto rendere l'idea con maggiore chiarezza".)
E' evidente che Amanda Lear è più colta e intelligente della media dei personaggi dello spettacolo, tanto da citare André Malraux, Heiner Mueller o Blaise Pascal, ma questo non giustifica ancora il tipo di libro che ci troviamo tra le mani. Pur dichiarando nel titolo di "non essere quella che tutti credono che lei sia", nelle pagine di questo libro lei celebra proprio il personaggio Amanda Lear, declinandone una delle numerose versioni - e probabilmente nemmeno quella che interessa di più al suo pubblico. Al posto di aneddoti e dati di fatto, gran parte del libro è occupato da divagazioni pseudo-filosofiche sull'amore, sul sesso, sulla libertà - bene supremo, tranne quando qualcuno pubblica in rete le sue foto dei tempi di Le Carrousel, nel qual caso internet andrebbe disciplinato - e, soprattutto, da lunghe tirate contro qualcun altro, per lo più gli altri personaggi del mondo dello spettacolo che sarebbero tutti egoisti, egocentrici, narcisisti, mentre lei è, sotto la patina scintillante da primadonna, una persona semplice che ama le cose semplici. Non di rado queste tirate sfociano in vere e proprie "prediche" dai toni vagamente moralistici ("E nel deserto spirituale della società in generale e dello show-business in particolare, dove regnano, al pari del potere, il dio Dollaro e la dea Immagine, mi sembra semplicemente dolce avere qualcosa di rassicurante a cui aggrapparmi": in questo caso sta parlando di Santa Rita da Cascia, a cui dedica un intero capitolo grondante autocompiacimento).
Di aneddoti se ne trovano in abbondanza solo su Salvador Dalì, che fa ancora la parte del leone: da un lato questo rivela l'importanza fondamentale che l'artista catalano ha avuto nella formazione di Amanda Lear: si potrebbe quasi dire che Dalì è stato l' "università" della Lear. Il punto è che sono cose già strasentite e, soprattutto, raccontate meglio nella biografia dedicata dalla Lear a Dalì. Per il resto, ci si può divertire con le contraddizioni davanti a cui la Lear non si ritrae: dopo aver assicurato di essere inglese (con l'accento che si ritrova!), riserva tutto un capitolo al carattere dei francesi e di "noi latini", educazione cattolica inclusa. In fin dei conti, è sul mercato francese che questa "autobiografia" è tagliata. Non so poi come interpretare il costante disprezzo che Amanda Lear dimostra nei confronti di gran parte della sua carriera: è sincerità o è una forma di leziosismo snob? Mi pare sincera, invece, quando ammette di avere, a un certo punto, rinunciato a scelte più difficili per percorrere invece la via della televisione che le avrebbe fruttato maggior successo e più lauti guadagni.
Nel genere dell'autobiografia di un personaggio dello spettacolo, dunque, Je ne suis pas du tout celle que vous croyez mi pare il modello "fallito". Ora io non mi aspettavo di leggere l'autobiografia di Elias Canetti, ma qualcosa di simile a quella di Marianne Faithfull sì, che invece a me sembra il modello "riuscito" di questo stesso genere. Chissà: forse un giorno leggeremo la vera autobiografia di madame Lear. Magari l'ha già scritta e depositata in una cassetta di sicurezza di una banca svizzera perché venga pubblicata postuma.