Di To Rome with Love, l'ultimo film di Woody Allen, avevo letto recensioni e opinioni così negative da farmi passare la voglia di vederlo, ma poi ci sono andato lo stesso, ieri sera. Il bello, quando ci si aspetta il peggio, è che si rischia di rimanere sorpresi e così, alla fine, quest'ultimo lavoro di Allen mi è sembrato meno peggio. Tanto per dirne una, io l'ho preferito al precedente, Midnight in Paris, che oltretutto era anche abbastanza pretenzioso, costruito com'era per esemplificare un'idea tutto sommato banale: tanti pensano che "una volta era meglio", ma in realtà non è vero.
Dunque To Rome with Love non è un capolavoro: Woody Allen ha la brutta abitudine di sfornare un film all'anno, come se fosse alla catena di montaggio o come se qualcuno lo costringesse puntandogli una pistola alla tempia, ed è evidentemente in crisi creativa da parecchio tempo. Però è una commediola piacevole, sorretta da un'ottima fotografia - anche quando le immagini sono davvero troppo cartolinesche -, che assicura un paio d'ore di svago. E mi pare ingiusto collocarla al livello delle cose più becere dei Vanzina, come ha fatto qualche spettatore indispettito, perché se non altro qui non ci sono volgarità gratuite. Poi, certo, ha parecchi difetti, a partire dalla sceneggiatura, che mischia e confonde vari piani temporali. Le diverse vicende di cui è composto il film, che si intrecciano e si alternano, sembrano svolgersi a velocità diverse: la sposina friulana che si smarrisce per Roma in cerca di un parrucchiere, lasciando il marito in balia di una prostituta e degli zii altolocati, vive la sua storia nell'arco di un'unica giornata o di poche ore, mentre altre vicende coprono un arco di tempo più lungo: la storia del giovane architetto americano che s'innamora dell'attricetta amica della sua fidanzata o l'episodio di cui è protagonista lo stesso Woody Allen, che vuole convincere il padre del suo futuro genero ad abbandonare l'impresa di pompe funebri per diventare cantante lirico. In questo caso bisogna ignorare qualsiasi pretesa di verosimiglianza temporale e pensare che, forse, il film poteva essere anche uno di quei "film a episodi" che andavano negli anni settanta, solo che qui gli episodi sono esplosi e mescolati.
Molto si è detto sul fatto che la Roma qui rappresentata da Woody Allen sarebbe stereotipata. Lo è, come stereotipata era la rappresentazione delle altre città europee dei precedenti film di Allen: la Parigi di Midnight in Paris, la Londra di Match Point, la Barcellona di Vicky Christina Barcellona. A questo punto mi viene da credere che il regista abbia voluto espressamente giocare con i cliché, mostrandoci di volta in volta queste città con gli occhi dei turisti americani. Del resto mi domando perché molti spettatori critici si aspettino uno sguardo realista quando sappiamo benissimo che Woody Allen non è mai stato un regista di questo genere e che i suoi film non mirano certamente a dipingere un affresco socio-politico del mondo. E' ovvio che il vigile urbano che fa da narratore in To Rome with Love non potrebbe abitare in piazza di Spagna, nella realtà, ma questo è del tutto irrilevante. L'effetto collaterale di questa rappresentazione edulcorata di Roma - ordinata, linda e pulita, quasi senza traffico, efficiente - potrebbe essere un aumento dell'afflusso di turisti, magari trasportati dalla nostra compagnia di bandiera, a cui all'interno di una scena è dedicato uno spot pubblicitario, con tanto di logo chiaramente visibile.
Poi, certo, anche questo film è ripetitivo: Woody Allen, per esempio, interpreta ancora il solito personaggio, sempre uguale a se stesso, con le stesse manie e ossessioni immutate da decenni a questa parte, e sarebbe stupefacente se per una volta facesse qualcosa di diverso. Qui, però, non "esonda" e non è il perno attorno a cui ruota tutto il film e questo mi sembra già un merito. Carina invece la trovata di far fare una serie di cameo ad attori italiani famosi - Riccardo Scamarcio, Antonio Albanese, Ornella Muti e altri ancora -, anche se magari qualcuno l'ha trovata avvilente (per gli attori, compresi quelli la cui apparizione di pochi secondi è stata tagliata in fase di montaggio). Forse c'è anche una punta di provincialismo (e una sorta di spiazzamento del contesto) nel riconoscere sullo schermo di un film americano attori che laggiù sono sconosciuti mentre qui sono molto noti. Come ho detto, non un capolavoro, ma pur sempre una pellicola che garantisce allo spettatore un paio d'ore di svago. Dobbiamo crocifiggere il regista solo perché si chiama Woody Allen e da lui ci aspettavamo di più?
