Su Vanity Fair di settimana scorsa c'era un breve editoriale di Matteo Maffucci - un mezzo Zeroassoluto - sul "Kindle", l'apparecchio per leggere gli e-book, i "libri digitali" che in futuro - dice qualcuno - potrebbero soppiantare i libri. L'editoriale in sé non dice nulla di sconvolgente, ma mi ha dato lo spunto per riflettere su uno scenario che, dal mio punto di vista, equivale più o meno a una catastrofe: la scomparsa del libro cartaceo. Faccio molta fatica a leggere testi a video. Più che di fatica fisica si tratta di incapacità di concentrarmi troppo a lungo. Può darsi che il libro elettronico abbia una risoluzione e una luminosità tali da eliminare questo tipo di stanchezza, ma restano altri problemi per me insolubili. Per me leggere significa, ormai, leggere con una matita in mano, segnare passi, mettere punti esclamativi ai margini del testo, scribacchiare appunti. E tutto ciò è legato a un'esperienza fisica, tattile, della lettura che, lo ammetto senza difficoltà, è qualcosa di molto conservatore. Non intendo però essere un misoneista a tutti i costi e mi rendo perfettamente conto che innovazioni come Kindle possono avere la loro utilità. Ci sono libri che oggi continuano inspiegabilmente a essere pubblicati e che, se passassero a un formato esclusivamente digitale, consentirebbero un risparmio di carta notevole, con grande giovamento per l'ecosistema intero. Si tratta per lo più di testi caduchi, di scarso o nessun valore, che sono già vecchi a pochi mesi dalla loro uscita: biografie di personaggi dello star system, libercoli scritti (scritti?) dai protagonisti televisivi, instant books su eventi d'attualità che non fanno altro che riciclare e riproporre le solite minestre scaldate già ammannite dai giornali, i romanzetti dei blogger che nella vita fanno i copy pubblicitari. Se tutto questo liquame pseudoinformativo uscisse solo in formato elettronico, destinato a essere letto su un Kindle, non sarebbe una grande perdita per l'umanità.
Io, però, non faccio testo, perché amo ancora l'oggetto libro. Mi piace tenerlo in mano, sfogliarlo, annusarne l'odore di stampa, sfiorare la grana della carta, scrutarne i caratteri. E mi piace entrare in una libreria, prendere i libri dagli scaffali, toccarli, leggere qualche frase qui e là, senza avere un'idea precisa di quello che cerco - o magari senza cercare niente del tutto -, in attesa di quella serendipity che porta verso di me un libro inatteso. Ed è forse per questo motivo che amo ancor di più le librerie dell'usato - molto più numerose nel mondo anglosassone che nel nostro -, dove spesso si trovano libri ormai non più in commercio, ma non per questo meno interessanti, sui quali si è depositata un po' anche la storia di chi li ha posseduti e letti in passato. Che tutto questo possa scomparire m'intristisce. Proprio un paio di giorni fa mi sono imbattuto in un articolo interessante di Stuart Jeffries, sul Guardian, che parlava dell'uccisione delle librerie tradizionali da parte della grande catena Waterstone's, che nel Regno Unito ha trasformato il modo di vendere libri, appiattendo tutte le differenze a livello nazionale. E' interessante notare che se in un primo momento la sua funzione era stata innovatrice - offrire tanti libri, tutti insieme e di grande varietà -, alla fine ha finito - anche per via della concorrenza online di siti come Amazon, che forniscono in brevissimo tempo qualsiasi titolo senza dover avere magazzini locali - per normalizzare l'offerta e favorire quei libri che l'editore è sicuro di stravendere. Con un paradosso: ora Waterstone's vende Kindle, una sorta di impresa suicida, perché se si diffondesse capillarmente le librerie - Waterstone's comprese - rischierebbero la chiusura. Una prospettiva non improbabile - scrive il giornalista -, se si considera che è stata questa la fine di Tower Records e di Zavvy quando hanno cominciato a vendere Mp3.



